Legambiente Pachino – Il Festival del Cinema: ma dove va Marzamemi?
Un amico speciale, uno di quelli che si ha la fortuna di incontrare raramente in una intera vita. Insomma, uno di quelli che ha qualcosa da insegnarti, mi ha parlato di un vocabolo a me sconosciuto, fino ad oggi: gentrification, parola anglosassone che deriva da “gentry”, termine che indica la piccola nobiltà inglese.
Rovistando su internet ho potuto comprendere il suo significato. Semplificando possiamo dire che gentrification è un processo per cui un centro cittadino o un quartiere decadente viene recuperato attraverso un influsso di capitale privato. In genere, alla ristrutturazione degli immobili dell’area, segue l’insediamento di un nuovo tipo di inquilini middle – class, la nuova gentry appunto. Gli originali abitanti vengono “rimossi” e destinati a zone più periferiche. Secondo alcune teorie, la gentrification presuppone una destrutturazione dell’area che viene occupata da membri della classe media e sviluppata come area turistica e di consumo culturale. Per Walter Benjamin, lo spazio urbano è irrimediabilmente mutato, ha perso il suo carattere distintivo locale per assumerne uno globale. Localismo e senso di appartenenza fanno largo all’anonimità dei no-place spaces, in cui siamo incapaci di sentirci a casa nostra.
In pratica il nuovo spazio diventa l’emblema di una comunità perduta, di una identità abbandonata. In molti casi, la ristrutturazione degli antichi palazzi, chiese e monumenti, ha lo scopo di alleviare la nostalgia attraverso la creazione di un ambiente esteticamente simile all’originale, senza tuttavia mantenerne l’anima, cioè incapace di farne rivivere la storia, preservarne la memoria e tramandarne le tradizioni.
Spesso l’atmosfera bohèmien che si respira nelle aree riqualificate è testimoniata dalla presenza di artisti ed artigiani, a volte in qualità di ospiti desiderati, altre volte convinti a restare per sempre. Non è il nostro caso.
Il “Flaneur” di baudeliana memoria, che indica il “gentiluomo che vaga per le vie cittadine, si abbandona quindi ad una totalità di piaceri visivi, con la certezza di trovarsi in un luogo sicuro, popolato da persone come lui. Ma il suo scopo ora, come quello di tutti gli altri, è quello di consumare”.
Il significato di gentrification, ci porta a discorrere di Marzamemi e dell’ “incomodo” Festival Internazionale del Cinema di Frontiera, che in questa estate opprimente almeno quanto il nostro presente, non ci aprirà alle “frontiere territoriali, culturali, ma anche dell’anima e dei linguaggi”. Lo stop al festival ha un motivo più profondo, che io, purtroppo conosco e che da anni grido, irrimediabilmente inascoltato. E come potrebbe, in questo luogo oramai estraneo, dove la cultura non avendo un prezzo, non può essere venduta o comprata. In un luogo, dove non ti riconosci più, dove non ci si riconosce più. Che diamine, nessuno pretendeva di rimanere fermi, ancorati ad un passato remoto senza più testimoni del tempo, ma insomma, nemmeno è giusto essere diventati l’ insostenibile Marzamemi, che il compianto Corrado Arangio volle definire “Marina di Pachino”.
I nostri avi avevamo resistito per secoli, poi pochi decenni, ed eccoci qui. Insediati dall’incultura e dal degrado, minacciati dall ‘arroganza e dalla prepotenza, avviluppati nel becero consumismo.
Non raccontiamoci frottole, il Festival è stato rifiutato da chi ha occupato sempre di più, in questi anni, ogni spazio del borgo. Da coloro che hanno acceso i riflettori sulla penombra dei suoi angoli nascosti, premurosi con gli “stranieri”, abili nel vestirsi dell’abito di chi lavora per una sola idea: l’interesse personale e il profitto.
Certo con la soddisfazione di chi ha una illuminata visione di espansione economica e di modello turistico, per il nostro territorio.
Mi rivolgo a Nello Correale, ideatore e direttore del festival, in fondo sono contento per la sofferta decisione di rinviare il tuo Festival Internazionale del Cinema di Frontiera, perchè deve continuare ad essere “avamposto e non retroguardia”.
Non soffermarti troppo sulla lettura dei giornali locali, dove qualcuno ti “propone di tirare la cinghia, riducendo magari le giornate della manifestazione e tagliando fino all’osso sulle spese”. Insomma solo un’operazione di marketing da risolvere sbrigativamente, per non farci dimenticare che, in fondo, siamo sempre a Marzamemi, Marina di Pachino.
Salvatore Maino
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